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La medicina āyurvedica non si limita a bilanciare i doṣa o a purificare i tessuti.

È anche una via per riconoscere ciò che abbiamo dimenticato di noi stessi.

Un processo di disvelamento. Un ritorno all’integrità delle origini.

Nella psicologia del profondo junghiana si parla di ombra. L’ombra sarebbe quella parte di noi che non vogliamo vedere. Quella che ci imbarazza, ci spaventa, ci appare “non spirituale”.

Eppure, proprio lì — nel rifiutato, nel rimosso, nel represso — giace una riserva vitale di energia, intuizione e verità. Perché l’ombra esiste solo in relazione ad una luce. 

L’Āyurveda conosce bene la realtà dell’ombra – chāya – la moglie del sole -. 

In Āyurveda si parla di Āma mentale, di accumulo tossico nella mente, ci si riferisce a questi contenuti non digeriti, non integrati e sospinti nell’ombra. Nell’interazione fra i doṣa disarmonici, valutazioni, abitudini e comportamenti si rivelano inadeguati alla realtà e verità dei fatti e il meccanismo mentale cosciente superficiale aggrava la disarmonia.

Pensieri, memorie, emozioni restano nel fondo mentale, come scorie invisibili, e disturbano il processo vitale del complesso mente-corpo. In realtà l’unità corpo-mente è sempre un tutt’uno inscindibile e anche il corpo presenta dei lati oscuri e sorprendenti.

Un medico ayurvedico attento non cura solo il sintomo, ma osserva ciò che il sintomo nasconde, un significato di cui quella persona non è, e forse non sarà mai, consapevole.

Un’insonnia, una colite, un’irritazione cutanea, una cefalea, una lombalgia, ecc. possono diventare portali aperti alla richiesta di senso.

Sono sicuramente segnali attraverso cui, ciò che è ancora inconscio, chiede di essere ascoltato. L’ombra non potrà mai essere illuminata completamente.

Il nostro compito è di andare oltre, verso quell’intelligenza che ci precede.

La guarigione non è sempre confortevole, richiede impegno e determinazione perché a volte è uno sguardo diretto nel buio. La luce è apportata dal terapeuta e dalla sua sapienza.

Questo supporto consente di accettare di guardare l’ombra con occhi compassionevoli — non per giudicarla, solo per riconoscerla — allora sì, che si apre un nuovo spazio di possibilità.

Un campo in cui corpo, psiche e spirito possono finalmente dialogare con sincerità.

In Āyurveda, ogni diagnosi e ogni trattamento sono anche un rito.

Un rito che onora tutto ciò che siamo: il luminoso e l’opaco, il conosciuto e il rimosso.

La luce della consapevolezza, per essere vera, deve includere anche l’ombra.

Essere consapevoli, significa sapere che quello che conosciamo è ben poca cosa rispetto al tutto.

Quello che viene visto può essere trasformato, se ci è dato, con l’aiuto di un medico ayurvedico.

E guarire, oggi, significa proprio questo: non ci interessa diventare perfetti, ma vivere l’interiorità della nostra presenza anziché no.

Guarire è ricreare la nostra armonia a partire dalla coscienza della nostra esistenza come miracolosa.

Qualcosa rimarrà in ombra, ma sappiamo che la nostra verità interiore include anche ciò che rimane oscuro senza che ci faccia paura.

Quindi, l’ombra cesserà di essere la guida nascosta del nostro pensare e agire, lo sarà invece la luce, tenue, ma comunque illuminante, che arde al centro del nostro cuore.

Là dove si depositò la radiosità dell’Ātman – anima – al momento della formazione del cuore.

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