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Nell’epoca del visibile, del misurabile, dell’evidente, dello scientifico,
ciò che non si può spiegare con queste categorie, viene solitamente ignorato.

Eppure l’essere umano ha creato un linguaggio che potesse contenere l’invisibile.

Lo ha fatto attraverso i simboli.

Un simbolo non è un segno qualsiasi. È un ponte tra due mondi: tra il visibile e l’invisibile, tra il conscio e l’inconscio, tra la razionalità e l’immaginazione, tra ciò che sappiamo e ciò che ci abita, ma ancora non ha nome. Le cose esistono se hanno un nome – vāc – è la voce formatrice del reale.

Nella Divina Commedia, Dante non descrive semplicemente un viaggio ultraterreno, attraverso personaggi, immagini, animali, paesaggi e numeri intrisi di simboli, ci invita a intraprendere un cammino interiore di cui fa testimonianza. Ogni elemento della commedia è un richiamo: la selva oscura, il fuoco, le scale, il gelo, le stelle, ecc., nulla è neutro, tutto parla ed evoca in noi sensazioni e figurazioni interiori che solo la musicalità della poesia può rendere adeguatamente.

Solo chi ha occhi disposti a vedere può davvero cogliere ciò che accade. La visione arriva da dentro, le immagini del mondo sono tali perché sono in sintonia con la nostra visione interiore.

L’incongruenza diventa ciò che non ci piace è brutto o sgradevole. In natura nulla è brutto!

Nella medicina tradizionale indiana, ciò che appare sul corpo non è mai solo “fisico”.

Un dolore, un’irritazione, un’insufficienza, possono diventare aperture simboliche.

Ciò che è simbolico non è solo nel corpo. Un sogno, un disegno, una parola che si ripete, un gesto involontario, possono essere veicoli di significato.

Rivelano non solo un organo coinvolto, ma una tensione più profonda, sostenuta da un’emozione rajasica, la qualità della passione coinvolgente che rivela una disposizione egoica preferenziale.

In Āyurveda si parla di Āma mentale: tossine invisibili, non digerite, che avvelenano la nostra capacità di vedere con chiarezza, di scegliere con lucidità e di affinare la coscienza.

Il medicco che sa cogliere questi segnali, senza interpretarli frettolosamente, ma accostandosi con rispetto, può facilitare un processo di cura più profondo e duraturo.

Per quale ragione quell’immagine è per te significante? Perché quella parola ti risuona dentro?

Ciò che è suadente nel mondo esterno in realtà viene da dentro.

In questo senso, anche la pratica terapeutica diventa l’arte di evocare l’interiorità personale.

Non nel senso estetico, ma nel senso sacro del termine: come disciplina che riconnette l’umano con ciò che lo trascende.

L’inconoscibilità stessa diventa insegnamento pregnante, capace di mantenerci sospesi nell’attesa della sorpresa e della novità del momento presente.

Ogni diagnosi, ogni trattamento, ogni parola, può diventare simbolo curativo, se chi la pronuncia ne è consapevole. Il tocco o la parola sono in un presente fuori dal tempo perché simboleggiano la presenza, eterna e ingiustificata del medico e del paziente, quindi degna del massimo rispetto. Potrebbe non esserci più, fra un attimo!

Nel nostro percorso al Sartori Institute, recuperare l’intelligenza simbolica non è solo una esperienza poetica. È una necessità spirituale, clinica ed educativa. 

Solo ciò che è vero e ha significato, può trasformarci davvero!

Vuole dire restituire un senso a ciò che spontaneamente accade e ritrovare, nei simboli emanati dalla nostra interiorità, una bussola che ci indica la direzione verso la coincidenza con il mistero della nostra esistenza.

Guarire, oggi, significa questo: non solo eliminare ciò che disturba, ma imparare di nuovo a leggere ciò che ci abita e ci rende meravigliosamente vivi.

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