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C’è un modo di stare al mondo che non produce, non acquista, non consuma.

Un modo che non pretende di capire tutto, questo lo fanno solo i “guru“ dell’informazione, ma che si offre alla realtà con silenziosa disponibilità in un atteggiamento di apertura della coscienza.

Quel modo, in Occidente, si chiama contemplazione.

Contemplare significa disporsi a essere permeati da ciò che è contemplato: qualsiasi oggetto è la personificazione del divino.

É un atto elitario? È una filosofia astratta? È la negazione del mondo? Nulla di tutto ciò!

È piuttosto una postura interiore, un modo di orientare lo sguardo sospendendo il giudizio e che si lascia catturare dal guardare stesso: segno del divino!

Un filo d’erba. Una foglia che cade. Il respiro di un bambino. Una pietra riscaldata dal sole.

Tutto può diventare un varco da cui si accede al sacro — se si sa restare nell’immobilità della contemplazione.

Nell’Āyurveda, l’osservazione e l’ispezione sono il primo e più importante  atto terapeutico.

Ma non si tratta solo di osservare il polso, la lingua, la pelle.

Si tratta di entrare in relazione con ciò che si manifesta, senza volerlo forzare.

Il terapeuta ayurvedico non è un analista. È un testimone.

E solo chi sa contemplare può davvero ascoltare.

Contemplare, in sanscrito, si dice dhyāna –  √dhī – la meditazione, l’assorbimento -.

Ma dhyāna non è confinato all’atto del meditare seduti sul cuscino. È un modo di camminare, di mangiare, di toccare, di parlare, di ascoltare.

È presenza nell’azione, ma senza attaccamento al risultato.

È fare spazio, dentro, perché il mondo possa manifestarsi senza necessità di controllo.

La contemplazione ci restituisce il senso di appartenenza all’oltre umano. Alla scaturigine del Tutto.

Non siamo osservatori esterni della natura. Siamo natura che osserva se stessa.

Quando mangiamo in silenzio, riconoscendo la vita che ci nutre, stiamo praticando Āyurveda.

Quando stiamo seduti vicino a una persona malata senza voler dire nulla di consolatorio, di psicoattivo, ma restando presenti in noi a noi stessi, stiamo praticando Āyurveda: la conoscenza di ciò che è vitale.

Quando osserviamo la ciclicità delle stagioni come parte del nostro ritmo interiore, stiamo — di nuovo — praticando Āyurveda.

La contemplazione è una medicina sottile.

Non si compra, non si prescrive.

Ma si trasmette.

Attraverso lo sguardo, la voce, la lentezza di un gesto quotidiano.

Non serve parlarne. Serve esserne testimoni.

In un tempo che ci invita costantemente a reagire, a spiegare, a dimostrare, tornare a contemplare è un atto rivoluzionario per la coscienza. Scardina le basi della società, qualunque essa sia.

Si scompare nella contemplazione!

Il mondo rimane nella sua attitudine mentale scissa fra volontà e desiderio. 

E allora, concedersi la contemplazione è il primo passo per guarire dalla frammentazione, dall’illusione di essere qualcuno.

E forse guariremo anche dalla malattia più grave: quella di crederci uomini superiori.

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