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Non ho mai vissuto il digiuno come privazione.

Anche quando, da giovane, lo praticavo in modo forse ingenuo, ho sempre sentito che non si trattava solo di sospendere il cibo.

Digiunare significava ritirarsi da ciò che è in eccesso, per lasciare spazio a qualcosa di più sottile.

Significava — e ancora oggi significa — avvicinarsi al Divino.

Nell’Āyurveda, la parola upavāsa ha un significato che spesso dimentichiamo.

Non indica semplicemente l’astensione dal cibo.

Vuol dire letteralmente: “stare vicino”, “accostarsi”.

Ma accostarsi a cosa? A chi?

Per me, la risposta è chiara: accostarsi a ciò che è sacro in me e nel mondo.

Accostarsi a ciò che è assoluto.

Accostarsi, con passo leggero, al mistero della vita esistente, anziché no.

Aiutare è un gesto di umiltà. E’ un accompagnare l’altro dicendogli dove posare il piede in modo sicuro, in quale verso rivolgere lo sguardo, a cosa e a chi indirizzare la propria parola.

Un modo per dire al corpo: “Puoi rallentare”.

E dire allo spirito: “Adesso puoi parlare, ti ascolto”.

Quando accompagno qualcuno in un percorso di aiuto come in upavāsa – digiuno, non gli chiedo solo di sospendere i pasti.

Gli chiedo di mettersi in ascolto.

Di accogliere il silenzio. E allo stesso tempo riconoscere come quel silenzio sia eloquente e colmo di qualcosa che va oltre me, te.

Di lasciar emergere ciò che normalmente mascheriamo con il rumore, l’attività, la digestione continua — non solo di cibo, ma di esperienze, di emozioni, di aspettative.

Durante l’aiuto digiunante, accadono in noi cose invisibili, ma che si mostrano alla coscienza.

Il pensiero si fa più limpido. La percezione cambia ritmo. Nasce una nuova creatività.

E, a volte, un senso di gratitudine profonda emerge senza ragione apparente.

Come se ci ricordassimo, per un attimo, che esistere è già di troppo! Non c’è ragione che giustifichi il suo essere presente, ma c’è! È fonte di meraviglia!

L’aiutare ci insegna che il nutrimento non viene solo dal fuori.

Che si può essere pieni anche quando si è vuoti.

E che il vuoto, se accolto con rispetto, è uno spazio di rivelazione.

Nella mia pratica, non separo mai il corpo dalla coscienza.

Quando il corpo si purifica, anche la mente si alleggerisce.

E quando la mente si alleggerisce, si aprono varchi verso il divino.

Non è questione di religione.

È una forma di prossimità. Un sentire profondo di appartenenza, d’interezza, di verità.

Non tutti sono pronti a vivere un aiuto così. Chi lo attraversa con fiducia, spesso non torna più lo stesso.

Non perché abbia perso peso, ma perché ha perso un peso più profondo. Una zavorra.

Quello dell’identificazione, dell’urgenza, del controllo.

E così, ogni volta che entro in un digiuno aiutante — anche solo per un giorno — sento di essere in uno spazio sacro.

Uno spazio dove non c’è bisogno di capire, ma solo di esserci, in ascolto.

E questo, per me, è già guarigione.

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