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Ho sempre pensato alla “routine” come a un rituale di buon auspicio.

Per molti la parola “routine” sa di ripetizione, di obbligo, di giorni tutti uguali. Eppure c’è un’altra possibilità: che il ripetersi dei gesti, ogni mattina, sia un modo per tornare a casa.

Nell’Āyurveda questo ritorno ha un nome antico: dinacharya.

La parola unisce dina — il giorno — e charyā — la condotta, il modo di muoversi nel mondo. Dinacharya significa, letteralmente, «seguire il giorno».

Seguire i suoi tempi.

Ma seguire cosa, davvero?

Il giorno ha un ritmo. E anche noi.

La natura non vive a scatti. L’alba non irrompe: arriva. Il sole non si impone: sorge.

L’Āyurveda osserva da millenni che dentro la giornata si muovono le stesse forze che governano il mondo — i doṣa. Le ore che precedono l’alba sono attraversate da vāta: aria, leggerezza, una mente naturalmente più limpida. Con il sorgere del sole subentra kapha — terra e acqua, quella pesantezza dolce che, se ci coglie ancora a letto, tende ad avvolgerci per ore.

Per questo la tradizione indica il brahma muhūrta, il tempo che precede l’alba, come l’ora più pura per svegliarsi. Non per disciplina. Per gratitudine verso un corpo e una mente che, a quell’ora, sono ancora leggeri.

La routine mattutina ayurvedica nasce da qui: dal desiderio di rimettere i nostri ritmi in dialogo con quelli della natura.

I gesti del risveglio

Quando accompagno qualcuno verso questa pratica, non gli indico un elenco di regole. Gli propongo dei gesti. Piccoli, semplici, e per questo profondi.

Prima di ogni cosa la cura della bocca, che nell’Āyurveda non è mai un dettaglio. Raschiare con delicatezza la lingua (jihvā nirlekhana) per liberarla da ciò che la notte vi ha depositato — quell’āma, il residuo non digerito che la tradizione considera radice di molti squilibri. E, per chi lo desidera, qualche minuto di olio fatto roteare in bocca, il gaṇḍūṣa: un’antica forma di pulizia che lascia il palato sorprendentemente sveglio.

Subito dopo, un sorso d’acqua bollita e calda: è un modo per dire al corpo «puoi iniziare un nuovo giorno».

C’è poi il gesto che amo di più: l’abhyaṅga, l’auto-massaggio con olio. Non è un lusso. È un modo per abitare di nuovo la propria pelle, per dire a un corpo spesso trascurato: «ti vedo, ti tocco, ci sei, mi prendo cura di te».

E infine il respiro. Qualche minuto di prāṇāyāma, o semplicemente di silenzio seduto, prima che il rumore del giorno reclami la sua parte.

Nessuno di questi gesti richiede molto tempo. Richiedono presenza.

La dinacharya, una lista di cose da fare?

Qui si nasconde il fraintendimento più comune.

Si può seguire ogni punto alla lettera e non aver compreso nulla. E si può dimenticarne metà, ma compierli con attenzione, e averli onorati tutti.

La dinacharya non chiede perfezione. Chiede ascolto.

Chiede di domandarci, ogni mattina: di cosa ha bisogno oggi questo corpo? Cosa lo appesantisce? Cosa lo libera?

Perché il corpo cambia. Le stagioni cambiano, le nostre esigenze cambiano con l’età e il tipo di lavoro.

Per questo la routine quotidiana ayurvedica non è mai una formula uguale per tutti. È un dialogo. E come ogni dialogo, va partecipato.

Cominciare dal mattino

Se senti che le tue giornate ti scivolano tra le dita, che ti svegli già in ritardo su te stesso, forse non hai bisogno di fare di più.

Forse hai bisogno di tornare al mattino. A quel primo gesto. A quel primo respiro.

La dinacharya è esattamente questo: la più semplice delle medicine. Quella che non si compra, ma si pratica.

E come ogni pratica, all’inizio si impara meglio se qualcuno ci mostra dove posare il piede.

Nel corso Routine Ayurvedica Quotidiana — Dinacharya ti accompagniamo passo dopo passo nella scoperta di questi gesti quotidiani, perché da semplici indicazioni diventino una pratica tua, sostenibile, quotidiana, viva.

 

Dott. Guido Sartori
Medico Ayurvedico

 

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